Balcani in moto 2026, dalla Grecia all'Italia
- 2 giorni fa
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Tremila chilometri di sogni e pistoni: il mio addio ai Balcani. In moto da Salonicco a Riccione passando per Bulgaria, Serbia, Montenegro, Croazia, Slovenia e Italia.

Non sono stati solo un trasloco. E non è stato solo un viaggio. Sono stati 3.000 chilometri di pura vita, quelli che hanno separato la mia casa di Salonicco dal mio ritorno a Riccione.
Cinque anni in Grecia non si cancellano facilmente, e forse per questo ho scelto la strada più lunga, la più difficile, la più intensa. Io e la mia Tenerona abbiamo attraversato sei confini, sfidando tutto quello che il cielo poteva tirarci addosso. Ma la Tenerona non va in garage...
Se pensate che dopo una traversata del genere io voglia solo stare sul divano, non mi conoscete bene. L'Italia è bellissima, ma è solo una sosta ai box. All'orizzonte si profilano le vette della Svizzera. Un nuovo trasloco, un nuovo inizio, nuove strade.

Prima tappa: Salonicco - Stara Zagora con stop al Buzludzha e Arco della Libertà
Il mio addio alla Grecia dopo 5 anni non poteva essere una tranquilla cavalcata autostradale. Ho caricato la Tenerona a Salonicco e ho puntato dritto verso il cuore della Bulgaria. Obiettivo: la storia, quella di cemento e sogni infranti.
Volevo andarci da anni. Il Buzludzha, l'enorme monumento "UFO" costruito dal regime comunista sulla vetta del monte Hadzhi Dimitar. È uno dei luoghi abbandonati più iconici e spettrali del mondo, ma raggiungerlo è stata una missione degna di un esploratore polare.
A 2 km dalla cima, la strada è sparita sotto una coltre bianca. Troppa neve, anche per la Tenerona. Ho dovuto prendere una decisione: rinunciare o lottare. Ho parcheggiato la moto e ho iniziato a salire a piedi. Provate a immaginare: mezzo metro di neve fresca, pendenza brutale, ai piedi gli stivali da moto e addosso l'armatura completa da viaggio. Un’impresa fisica estenuante, ogni passo un affondo, ma quando quel disco di cemento è apparso tra le nuvole e il gelo, il cuore è esploso.
Poco lontano, l'Arco della Libertà (il monumento del Passo di Beklemeto) mi ha guardato da lontano. La neve era troppa persino per avvicinarsi a piedi, ma vederlo lì, stagliato contro il cielo freddo a pochi metri di distanza, è stato comunque un traguardo.
Sono arrivato a Stara Zagora stravolto, sudato e congelato allo stesso tempo. La serata si è chiusa nel modo più autentico possibile: nel parcheggio dell'hotel, un gruppo di operai bulgari si è radunato intorno alla Tenerona. Non parlavamo la stessa lingua, ma i loro sguardi di ammirazione per quel "mostro" carico di fango e neve dicevano tutto. Quella moto non è solo un mezzo di trasporto, è un magnete che unisce mondi diversi.
Info
Cos'è: Inaugurato nel 1981, era la sede del Partito Comunista Bulgaro. È situato a 1.441 metri d'altezza.
Curiosità: La sua forma a disco volante lo ha reso celebre nel mondo dell'Urbex (esplorazione urbana). Oggi è chiuso al pubblico perché pericolante, ma resta un simbolo incredibile di architettura brutalista che domina i Balcani.
L'Arco della Libertà: Una Sentinella sui Balcani
Situato nel punto più alto del Passo di Beklemeto (circa 1.520 metri d'altezza), sulla catena dei Monti Balcani, questo monumento è un colosso di cemento alto 35 metri.
Il Significato: È stato costruito per commemorare il centenario della liberazione della Bulgaria dal dominio ottomano (avvenuta durante la guerra russo-turca del 1877-78). Rappresenta la fratellanza tra il popolo bulgaro e quello russo.
Seconda tappa – Stara Zagora – Niš. Il meteo ci grazia
Dopo l’epica fatica sulla neve del Buzludzha, la seconda giornata prometteva battaglia. Le previsioni meteo erano chiare: i Balcani erano sotto un muro d'acqua. Ma si sa, il destino a volte sorride ai motociclisti testardi.
Ho deciso di evitare accuratamente l’autostrada. Volevo sentire la terra, vedere i villaggi, annusare l'aria. Ho puntato verso ovest, sfiorando Sofia e i suoi sobborghi, per poi puntare dritto al confine serbo. Risultato? Zero pioggia. Mentre intorno a me il cielo sembrava pronto a crollare, io e la mia Tenerona abbiamo viaggiato su asfalto asciutto, godendoci ogni chilometro di libertà in quella terra di mezzo che separa la Bulgaria dalla Serbia.
Un parcheggio... d'emergenza
Il vero colpo di scena è arrivato a Niš. Avevo prenotato una guest house, ma all'arrivo scopro l'inghippo: la struttura si trovava praticamente dentro l’area dell’ospedale cittadino.
Immaginate la scena: io, coperto di polvere e stanchezza, che cerco di districarmi tra barelle, medici in camice e ambulanze a sirene spiegate per trovare un buco dove infilare la moto. Credo che la Tenerona non sia mai stata così al sicuro, sorvegliata h24 dal personale sanitario! Una situazione surreale, di quelle che solo un viaggio on the road nei Balcani può regalarti.
La quiete dopo il caos
Fortunatamente, una volta "ricoverata" la moto, la serata ha preso una piega decisamente migliore. A pochi passi dal mio insolito alloggio, ho trovato un locale tipico davvero carino. Una cena serba come si deve, un brindisi alla giornata asciutta e un po' di relax prima di affrontare le montagne che mi avrebbero portato verso il Montenegro.
Il bello di viaggiare senza autostrade è proprio questo: non sai mai se dormirai in un castello o tra le corsie di un pronto soccorso.
Terza tappa – Da Nis a Podgorica: tra altopiani, vento contrario e cascate da fiaba
La mattina a Niš è iniziata con il cielo già grigio e pesante. Quelle nuvole basse che non lasciano spazio a molte interpretazioni: prima o poi pioverà.
Il programma iniziale era diverso. Avrei voluto fermarmi lungo la strada, visitare qualcosa, godermi il percorso con più calma e fare qualche deviazione. Ma il tempo non era decisamente dalla mia parte. La pioggia sembrava sempre pronta a cadere e così la giornata si è trasformata in una semplice tappa di guida.
Da Niš a Podgorica ho pensato soprattutto ad avanzare. Strada, curve, montagne, cielo scuro e la solita sensazione che in moto ogni chilometro vada conquistato. Non è stata una di quelle giornate piene di soste o grandi scoperte, ma una tappa necessaria per arrivare in Montenegro e prepararmi al giorno successivo.
Per evitare traffico, confusione e sbattimenti, avevo deciso di fermarmi a dormire alle porte di Podgorica, fuori dal centro città. Una scelta che si è rivelata azzeccata. Il quartiere era tranquillo, quasi residenziale, con un’atmosfera molto semplice e quotidiana.
Appena arrivato, ho notato subito una cosa: molti giravano senza casco, come se fosse la normalità. Le strade erano calme, i bambini giocavano nei giardini delle case e molte abitazioni avevano piccoli scivoli, altalene e giochi all’interno dei cortili. Sembrava un quartiere vissuto, familiare, lontano dal caos della città.
Quando passavo con la moto, però, gli occhi erano tutti per me.
La moto attirava l’attenzione di chiunque: bambini, adulti, persone ferme davanti casa. Forse per il rumore, forse per le borse da viaggio, forse perché una moto carica che arriva da lontano ha sempre qualcosa da raccontare anche prima ancora di parlare.
Vicino all’appartamento ho trovato anche un forno spettacolare. Uno di quei posti semplici, locali, dove entri per prendere due cose e usciresti con mezza vetrina. Ho comprato delle brioches per la mattina dopo e dei roll con carne da cucinare in casa. Dopo una giornata di guida e pioggia nell’aria, non avevo bisogno di molto altro: una doccia, qualcosa di caldo da mangiare e un posto asciutto dove sistemarmi.
Purtroppo non sono riuscito a visitare Podgorica. La pioggia continuava a cadere e il meteo non mi ha lasciato molta scelta. Sarebbe stato inutile forzare la visita solo per dire di esserci stato. A volte, in viaggio, bisogna anche accettare che non tutto può andare come previsto.
Quella sera Podgorica è rimasta fuori dalla finestra, bagnata dalla pioggia.
Ma sapevo che il giorno dopo sarebbe stato diverso. Mi aspettava una giornata molto più interessante, con la visita a un monastero ortodosso davvero particolare e poi alle famose “Cascate del Niagara” del Montenegro.
La tappa da Niš a Podgorica non è stata spettacolare, ma è stata vera. Una giornata di guida, meteo incerto, quartieri tranquilli, sguardi curiosi e piccoli dettagli locali che, alla fine, sono proprio quelli che rendono un viaggio in moto diverso da qualsiasi altro viaggio.
Quarta tappa – Da Podgorica a Spalato: monasteri, grotte, laghi e strade spettacolari
La tappa da Podgorica a Spalato doveva essere una delle più belle del viaggio. Anzi, forse il fulcro del viaggio.
Il programma prevedeva una sosta a Konjic e soprattutto il passaggio sulla famosa serpentina di Kotor, una di quelle strade che ogni motociclista sogna almeno una volta: curve, panorama sulla baia, montagne che precipitano verso il mare e quella sensazione di guidare dentro una cartolina.
Peccato che, ancora una volta, il meteo avesse deciso diversamente.
La mattina, appena uscito di casa, il cielo era già minaccioso. Pioggia, nuvole basse e previsioni tutt’altro che rassicuranti. A Konjic era prevista neve e questo mi ha subito messo in allerta. In moto, soprattutto quando sei da solo e carico, certe scelte non sono più romanticismo: diventano sicurezza.
Prima di lasciare Podgorica, però, volevo visitare almeno qualcosa. Così mi sono diretto verso il Dajbabe Monastery, che si è rivelato una vera sorpresa.
Da fuori non immaginavo cosa mi aspettasse. All’interno ci sono delle grotte basse, scavate nella roccia, che portano a piccoli altari. In quel momento alcuni preti stavano pregando e cantando. L’atmosfera era incredibile: silenziosa, raccolta, quasi fuori dal tempo. Una visita breve, ma molto suggestiva. Uno di quei posti che magari non programmi come tappa principale, ma che poi ti restano impressi.
Finché il meteo lo permetteva, ho deciso di andare anche alle Niagara Waterfall del Montenegro. Il nome può far sorridere, ma il posto merita davvero. Più che una semplice cascata, sembra una specie di piccolo canyon, con una grande cascata al centro e tante cascatelle laterali che scendono lungo le pareti. Con il cielo grigio e l’acqua abbondante, il posto aveva ancora più forza. Ottima visita, davvero.
Poi, però, la giornata ha iniziato a cambiare.
In direzione Konjic ho preso acqua a catinelle. La pioggia è diventata pesante, insistente, di quelle che ti entrano addosso anche quando sei vestito bene. A un certo punto mi sono riparato sotto una tettoia di fortuna, una di quelle soste improvvisate che in moto diventano quasi salvezza.
Lì, fermo sotto la pioggia, ho preso la decisione.
Ho cancellato l’hotel a Konjic.
Le previsioni davano neve, il freddo aumentava e la serpentina di Kotor, con quelle nuvole basse, sarebbe stata inutile e probabilmente pericolosa. Avrei guidato nel brutto tempo, senza vedere nulla, rischiando solo di rovinarmi la giornata o peggio.
È stata una rinuncia amara.
La serpentina di Kotor era un piccolo sogno di questo viaggio, una delle strade che aspettavo di più. Ma in moto bisogna anche saper mollare. A volte la scelta più intelligente è proprio rinunciare, anche se fa male.
Mi sono quindi rotto definitivamente di pioggia e freddo e ho deciso di dirottare verso Spalato, dove lungo la costa il meteo prometteva sole.
Però non volevo lasciare il Montenegro così, senza almeno guidare dalla montagna al mare. Così ho scelto di percorrere la bellissima M2, una strada spettacolare che scende tra montagne, curve e panorami incredibili, fino ad arrivare verso la costa e i fiordi.
Quella parte mi ha ripagato almeno in parte della rinuncia. Guidare dal Montenegro interno verso il mare è sempre qualcosa di speciale. La strada si apre lentamente, il paesaggio cambia, l’aria diventa diversa e a un certo punto inizi a vedere l’Adriatico.
Ho continuato sul lungomare in direzione Budva e Kotor, attraversando posti che anche con il meteo non perfetto riuscivano comunque a essere bellissimi. Poi ho preso il traghetto per passare sull’altra sponda.
Sul traghetto ho conosciuto un ragazzo americano che stava girando i Balcani con una moto targata Albania. Uno di quegli incontri casuali che succedono solo quando viaggi così: due moto, due sconosciuti, pochi minuti di traversata e subito qualcosa da raccontarsi. Anche questo, alla fine, fa parte del viaggio.
Dopo il traghetto ho continuato lungo la costa in direzione Spalato. Per un po’ è stata una guida piacevole, finalmente con il mare vicino e la sensazione di essermi lasciato alle spalle il peggio.
Ma il tempo stringeva.
A un certo punto ho dovuto prendere l’autostrada, quella che corre in quota tra le montagne. Ed è stata la parte peggiore della giornata, forse una delle peggiori del viaggio.
Stava facendo buio, la temperatura crollava e la strada sembrava non finire mai. Andavo forte, forse troppo, ma volevo solo arrivare. I cartelli segnavano 7 gradi, poi 6, poi 3, poi addirittura 1 grado.
Mi sono congelato.
Avevo freddo ovunque, le mani dure, il corpo contratto, la testa fissa sulla strada. Andavo avanti con il terrore del ghiaccio, perché a quelle temperature, in quota, basta poco. Ogni curva, ogni tratto d’asfalto lucido, ogni folata di vento diventava un pensiero in più.
È stata una brutta esperienza. Una di quelle situazioni in cui non ti godi nulla, non pensi al viaggio, non pensi alle foto, non pensi al racconto. Pensi solo ad arrivare intero.
Quando finalmente sono arrivato alle spalle di Spalato e ho iniziato a scendere di quota, ho sentito il corpo riprendersi piano piano. La temperatura è diventata più umana, l’aria meno tagliente e la tensione ha iniziato a mollare.
Prima di arrivare all’appartamento mi sono fermato alla Despar per comprare qualcosa per cena e per la colazione del giorno dopo. Poi mi sono fiondato a casa.
Spalato l’avevo già visitata in passato, quindi non avevo nessun rimpianto nel non uscire. Quella sera non volevo vedere nulla. Volevo solo una doccia bollente, vestiti asciutti, qualcosa da mangiare e il calore di una casa.
La giornata era stata lunga, fredda, bagnata e piena di decisioni difficili.
Avevo rinunciato alla serpentina di Kotor, il piccolo sogno della tappa. Però avevo visitato un monastero incredibile, visto le cascate del Niagara montenegrine, attraversato il Montenegro fino al mare, guidato lungo la costa e conosciuto un altro viaggiatore su due ruote.
Non era andata come previsto, ma era stata comunque una giornata vera.
E soprattutto, dal giorno dopo, finalmente sarebbe cambiato tutto: sole, temperature miti e quella sensazione meravigliosa di tornare a godersi la strada senza combattere contro pioggia e freddo.
Dopo tanta acqua, me lo meritavo davvero.

Quinta tappa – Da Spalato a Fiume: finalmente sole e strada adriatica
Dopo giorni di pioggia, freddo, nuvole basse e decisioni prese più per sopravvivenza che per piacere, finalmente la mattina a Spalato mi ha regalato quello che aspettavo: tempo buono.
E quando il meteo gira dalla parte giusta, in moto cambia tutto.
La tappa da Spalato a Fiume è stata una meraviglia. Ho percorso la mitica strada adriatica croata, una di quelle strade che sembrano disegnate apposta per chi viaggia su due ruote: mare da una parte, montagne dall’altra, curve continue e panorami mozzafiato.
La cosa più bella era che non c’erano turisti e non c’era traffico. Praticamente avevo la strada tutta per me.
Dopo le giornate precedenti, passate a lottare contro acqua e freddo, guidare con il sole, il mare accanto e l’asfalto libero è stato quasi terapeutico. Ogni curva era un piacere, ogni tratto di costa una cartolina. Ho acceso la Insta360 e ho registrato alcuni percorsi stupendi, che poi ho caricato su YouTube. Quelle sono le giornate in cui capisci perché ti ostini a viaggiare in moto anche quando il meteo ti massacra: perché poi arriva una strada così e ti ripaga tutto.
A pranzo mi sono fermato al mare, in uno dei pochi posti aperti lungo la costa. Era un ristorante-bar semplice, di quelli che fanno un po’ di tutto: pizza, carne, birra, piatti veloci. Ho preso una birra e una grigliata mista, seduto a guardare il porto.
Niente di complicato, niente di elegante. Solo il mare davanti, la moto parcheggiata poco lontano e quella sensazione bellissima di essere esattamente dove volevi essere.
Dopo pranzo sono ripartito e ho impostato il navigatore verso l’isola di Krk, attraversando il suo enorme ponte, mastodontico e gratuito. Solo il passaggio sul ponte valeva la deviazione: una struttura imponente, sospesa tra terra, mare e vento.
Una volta sull’isola ho fatto un giro senza troppe pretese. Krk, almeno in quella zona e in quella stagione, non mi ha lasciato senza fiato come altri posti della Croazia, ma una deviazione ci stava tutta. Il bello era anche l’atmosfera: strade tranquille, poco movimento e altri motociclisti in giro come me, probabilmente tutti attratti dalla stessa idea di sole, costa e libertà.
Mi sono fermato in una piccola caletta per una pausa. Uno di quei momenti semplici, senza grandi eventi, ma perfetti: togli il casco, respiri, guardi il mare e ti godi il silenzio.
Nel pomeriggio inoltrato ero già a Fiume, con largo anticipo rispetto alle tappe precedenti. Questa volta niente arrivo distrutto, niente buio, niente freddo assassino. Ho raggiunto l’hotel con calma, mi sono rilassato e poi sono uscito a fare due passi per la città.
Fiume non era una tappa nuova o particolarmente attesa, ma dopo una giornata così non serviva molto altro. Ero arrivato asciutto, con il sole addosso, dopo una delle strade più belle dell’Adriatico.
Dopo tanta pioggia, finalmente il viaggio aveva cambiato faccia.
E io avevo ricominciato a godermelo davvero.
Sesta tappa – Da Fiume a Umago: Istria nascosta, neve e strade dimenticate
Da Fiume a Umago la strada sarebbe stata breve, ma questa tappa l’avevo pensata così per un motivo preciso: il giorno dopo sarei rientrato in Italia e dovevo fare la revisione alla moto quanto prima. Avevo appuntamento alle 8:30 da alcuni ragazzi, quindi volevo arrivare vicino al confine con calma e, nel frattempo, sfruttare la giornata per fare un bel giro dell’Istria.
La mattina mi sono svegliato con il sole. Dopo i giorni precedenti passati tra pioggia, freddo e nuvole basse, sembrava quasi un regalo. Ho impostato il navigatore verso il monte Vojak, la cima più alta del Parco Naturale dell’Učka e dell’Istria, che arriva a circa 1.401 metri sopra il livello del mare.
Salendo, il paesaggio è cambiato velocemente. Prima le curve tra il verde, poi l’aria sempre più fredda e infine la neve. Mano a mano che salivo, la trovavo anche ai lati della strada e in alcuni punti sembrava quasi di essere tornato indietro di stagione. Arrivato in cima, vicino alla zona militare, mi sono fermato giusto il tempo di respirare quell’aria fredda e guardarmi intorno. Era incredibile pensare che il giorno prima cercavo il sole sulla costa e quella mattina ero di nuovo in mezzo alla neve.
Da lì sono sceso verso uno dei posti più strani che avessi segnato sul viaggio: la Pijana pruga, cioè la “ferrovia ubriaca”. Si tratta di un tratto della vecchia linea Lupoglav–Štalije, costruita tra il 1948 e il 1951 per il trasporto del carbone e fuori servizio dal 2009. Col tempo, movimenti del terreno e cedimenti hanno deformato i binari, facendoli ondeggiare in modo assurdo, come se fossero davvero ubriachi.
Trovarla non è stato semplicissimo. Non è il classico posto turistico con parcheggio, cartelli e indicazioni perfette. Bisogna un po’ cercarla, capire dove lasciare la moto, camminare e fidarsi del navigatore fino a un certo punto. Però alla fine ne è valsa assolutamente la pena.
Quando mi sono trovato davanti quei binari storti, piegati, quasi irreali, ho pensato che fosse uno di quei posti assurdi che rendono un viaggio diverso dal solito. Non è un monumento famoso, non è una città da cartolina, ma è proprio per questo che ti resta impresso. Un luogo abbandonato, strano, silenzioso, perso nell’entroterra istriano. Imperdibile.
Dopo la ferrovia ubriaca ho fatto un salto al castello di Kožljak, o meglio alle sue rovine. Anche questo è un posto nascosto e molto suggestivo. Il castello sorge sui resti di una fortezza preistorica ed è citato già nel 1102, quando venne donato al patriarca di Aquileia. Oggi rimangono muri, pietre, passaggi e quel fascino un po’ decadente dei castelli dimenticati.
Non è una visita lunga, ma è bella proprio per quello: arrivi, cammini tra le rovine, guardi il panorama e immagini cosa doveva essere quel posto secoli fa. L’Istria interna ha questa capacità di sorprenderti: passi dal mare alle montagne, dalla neve ai castelli, dalle strade deserte ai paesini di pietra.
Poi mi sono diretto verso le Cave Romane, vicino a Vinkuran. Anche qui altra sorpresa. Sono antiche cave romane da cui veniva estratta la pietra utilizzata anche per la costruzione dell’Arena di Pola nel I secolo. Oggi sono un luogo storico e scenografico, usato anche per eventi e concerti grazie alla sua atmosfera particolare.
Camminare dentro quelle pareti di pietra è stato davvero suggestivo. Non era solo una cava: sembrava quasi un teatro naturale, un posto dove la storia romana è rimasta incastrata nella roccia. Un’altra tappa che non mi aspettavo così interessante.
Come ultima deviazione della giornata ho puntato verso un punto panoramico sul lago Butoniga. La strada per arrivarci è stata una delle parti più piacevoli del giro: curve, poco traffico, entroterra istriano e quella sensazione di libertà che finalmente era tornata dopo giorni complicati. Il lago, visto dall’alto, chiudeva bene il cerchio della giornata.
Con calma, senza fretta, sono poi sceso verso Umago.
Questa volta non sono arrivato distrutto, congelato o bagnato. Sono arrivato con la sensazione di aver fatto una bella giornata di viaggio: breve sulla carta, ma piena di deviazioni, posti strani e strade interessanti.
In hotel mi sono sistemato, poi sono uscito a fare due passi per la città. Umago era tranquilla, piacevole, perfetta per chiudere la giornata senza stress. La sera ho mangiato una pizza buonissima e mi sono goduto quell’ultima notte croata con la moto ormai pronta al rientro in Italia.
Il giorno dopo mi aspettava la revisione e poi il ritorno a casa, ma quella giornata in Istria mi aveva regalato esattamente quello che cercavo: neve in quota, strade belle, rovine, cave romane, una ferrovia assurda e il mare sempre lì, poco lontano.
Una tappa breve solo sulla mappa. Nel viaggio, invece, una delle più particolari.

Settima e ultima tappa – da Umago a Riccione, passando dalla Risiera di San Sabba
L’ultimo giorno è iniziato presto, con quella sensazione strana che arriva sempre alla fine di un viaggio: sei ancora in modalità avventura, ma sai già che stai rientrando verso casa.
Da Umago all’Italia sono appena 12 chilometri. Pochissimi. Però avevo una cosa importante da sistemare: la revisione della moto. Non era proprio la situazione ideale, quindi volevo arrivare subito in officina e mettermi in regola quanto prima.
Per fortuna il confine è passato senza intoppi e poco dopo ero già dai ragazzi dell’officina, dove avevo appuntamento. Mi hanno accolto benissimo e appena hanno visto la moto piena di sticker si è aperto subito il solito mondo: viaggi, strade, Balcani, Pamir, moto cariche, posti lontani e storie da raccontare.
Abbiamo parlato del mio viaggio in Asia Centrale, del Pamir, delle strade balcaniche e di tutte quelle cose che solo tra motociclisti si capiscono al volo. Alla fine ci siamo anche scambiati gli adesivi, piccolo gesto ma bellissimo, perché ogni sticker su una moto racconta un pezzo di strada.
Revisione fatta, moto ok.
A quel punto potevo finalmente viaggiare tranquillo.
Prima di puntare verso Riccione, però, avevo ancora una tappa che volevo vedere da anni: la Risiera di San Sabba, a Trieste. La città l’avevo già visitata, quindi questa volta volevo concentrarmi su questo luogo così importante e pesante dal punto di vista storico.
La Risiera di San Sabba era nata come stabilimento per la pilatura del riso, ma durante l’occupazione nazista diventò un campo di detenzione e deportazione. È ricordata come l’unico campo nazista in Italia dotato di forno crematorio, attivo dal 1944 fino alla fine della Seconda guerra mondiale; nel 1965 venne dichiarata Monumento Nazionale.
Entrare lì non è una visita come le altre. Non è un posto “bello” nel senso turistico del termine. È un luogo duro, silenzioso, che ti obbliga a fermarti e pensare. Dopo tanti giorni di moto, panorami, strade, freddo, pioggia e avventura, passare dalla Risiera è stato un momento completamente diverso: meno viaggio e più memoria.
Dopo la visita mi sono rimesso in sella e ho impostato il navigatore verso Riccione, evitando l’autostrada. Avevo ancora voglia di strada normale, di attraversare paesi, campagna, statali, rotonde, traffico vero e quella lentezza che alla fine ti fa sentire davvero il rientro.
Ho fatto anche la Romea, una strada che a me piace, anche se è piena di autovelox e va presa con attenzione. Non sarà la strada più emozionante del mondo, ma ha quel suo fascino un po’ particolare: lunga, piatta, a tratti monotona, però per me sempre piacevole quando sto tornando verso casa.
Nel pomeriggio sono arrivato finalmente a Riccione.
Sano e salvo.
La moto era a posto, il viaggio era finito e io rientravo con altre belle storie da raccontare. Avevo lasciato alle spalle pioggia, freddo, strade balcaniche, coste croate, monasteri, cascate, neve, officine, incontri casuali e deviazioni improvvisate.
Come sempre, non era andato tutto secondo i piani. Avevo rinunciato a qualcosa, cambiato percorso, cancellato hotel e inseguito il meteo. Ma anche questa volta la strada mi aveva regalato molto più di quello che avevo programmato.
E alla fine è proprio questo il bello dei viaggi in moto: parti con una mappa, ma torni con una storia.
Suggerimenti:
Portare sempre dei contanti sopratutto per la benzina in Serbia
Compressore pneumatici portatile
Kit foratura pneumatici
Km totali: 3.000 ca
Itinerario in mappa:































































































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